Ha superato i quarant’anni di carriera il fotoreporter pistoiese Luca Bracali, 61 anni, documentarista e regista per la Rai, in particolare per Kilimangiaro. Dopo gli esordi nel luglio del 1985 nel settore dei motori, Bracali ha costruito il proprio percorso attorno ai viaggi, alla fotografia e alle riprese con il drone. Nel corso del 2026 ha inserito nel suo programma due spedizioni dedicate a popoli e territori segnati dalla migrazione.
Tra i Nenet, oltre gli Urali
Ad aprile il fotografo ha raggiunto la Siberia, oltre gli Urali, per documentare per la prima volta la popolazione dei Nenet. Il viaggio è stato realizzato con la sua scuola itinerante di fotografia e ha avuto anche un valore personale: il popolo siberiano rappresentava un progetto accarezzato da circa vent’anni, legato alla ricerca sui volti femminili nel mondo e alla documentazione delle comunità più fragili.
I Nenet vivono nel territorio di Yamal-Nenet, una delle aree della Russia più ricche di giacimenti di gas. Secondo quanto riferito da Bracali, la popolazione conta circa 50mila persone ed è in crescita dell’11 per cento, ma resta esposta al progressivo impoverimento dell’ambiente. Lo sfruttamento dei territori riduce i pascoli, mentre il riscaldamento globale accelera lo scioglimento del permafrost e compromette la stabilità del terreno.
La spedizione ha seguito gli spostamenti di una comunità abituata a percorrere anche mille chilometri. Il gruppo ha viaggiato per cento chilometri in motoslitta, trascorrendo quattro giorni in tende rivestite con pelli di renna e alimentandosi esclusivamente con la carne dell’animale. Bracali ha descritto lo Yamal come una terra ormai prossima al declino, ma ha sottolineato anche il forte legame tra le famiglie nonostante le difficili condizioni di vita.
La migrazione sui monti Altai
Ad agosto il fotografo è tornato invece in Mongolia, nella regione di Bayan Olgii, a nord-ovest dei monti Altai, al confine con Cina, Russia e Kazakistan. Si è trattato del suo quarto viaggio nell’area, abitata da circa 15mila famiglie, in gran parte kazake. Qui ha seguito dieci famiglie durante il trasferimento dai campi estivi a quelli autunnali.
La migrazione si è sviluppata lungo 130 chilometri in tre giorni, con lo spostamento di almeno cinquemila animali. Le attività sono state documentate con la macchina fotografica e con il drone. Il reportage ha raccontato anche la tradizione della caccia con le aquile, basata su un rapporto stretto tra i pastori nomadi e i rapaci.
Secondo la consuetudine descritta da Bracali, l’aquilotto viene prelevato dal nido e addestrato per diversi mesi. L’aquila resta poi con il cacciatore per nove anni, prima di essere lasciata libera dopo l’ultimo volo. Il fotografo ha collegato i due lavori alla volontà di osservare culture e paesaggi in trasformazione, con particolare attenzione agli effetti del cambiamento climatico.
Dopo il rientro dalla Tanzania, dove ha seguito la migrazione degli gnu, Bracali ha annunciato un incontro a San Miniato il 22 novembre insieme a Licia Colò, dedicato ai grandi cambiamenti climatici. Il giorno successivo partirà per Mauritania e Marocco, spedizioni con cui concluderà il programma fotografico della stagione 2026.