Tradizioni

Castagne, il fuoco del metato resiste a un’annata difficile

A Lapideto la sorveglianza resta continua, mentre caldo e afa riducono raccolto e qualità dei frutti.

Castagne, il fuoco del metato resiste a un’annata difficile

San Marcello Piteglio, nel territorio pistoiese, custodisce anche quest’anno la tradizione del metato, il seccatoio dove le castagne vengono essiccate per diventare farina dolce. A Lapideto, alle Torri di Popiglio, il fuoco è acceso da sette giorni e continuerà ad ardere senza interruzioni fino ai primi di dicembre, con turni di sorveglianza organizzati giorno e notte.

A occuparsi della custodia c’è anche Bianca, 88 anni, nata e ancora residente nel luogo. Il metato storico risulta documentato dal catasto già nel 1787. Seccatoio, pastillaro, tecci, gradaro, casoni e scau sono alcune delle denominazioni utilizzate nelle diverse aree per indicare gli ambienti legati alla lavorazione delle castagne, una pratica che continua a rappresentare un elemento identitario per le comunità dell’Appennino.

Una pratica tramandata nel tempo

Tra coloro che seguono l’attività c’è Ugo Bugelli, considerato un punto di riferimento per la castanicoltura locale. I suoi primi ricordi risalgono al 1967, quando accompagnava il nonno al metato. Oggi, insieme ad altri volontari, partecipa ai turni necessari a mantenere vivo il fuoco, che non può essere spento durante il periodo di essiccazione.

Bugelli ricorda anche un’annata del 1950, quando al metato arrivarono 460 misure di castagne, equivalenti all’epoca a circa 33 chili ciascuna. L’accensione è stata accompagnata nei giorni scorsi da un campus della rete dei castanicoltori Slow Food, realizzato con il sostegno dell’amministrazione comunale di San Marcello Piteglio, della Scuola di Montagna con Anci Toscana, del Gal Montagna Appennino, della Fondazione Caript e della Pro loco di Piteglio.

Caldo e raccolti in calo

Il campus è stato pensato per favorire lo scambio di competenze tra produttori e per affrontare le difficoltà che riguardano oggi il settore. Alessandra Telch, vicepresidente di Slow Food Italia, ha sottolineato che la tutela dei castagneti comprende aspetti sociali e ambientali, dalla biodiversità alla gestione del suolo, fino al rischio idraulico, allo spopolamento e alla necessità di una classificazione legislativa specifica per i castagneti.

La stagione, tuttavia, si presenta complessa. Secondo Bugelli, il problema non è stato determinato soprattutto dalla quantità di pioggia, rimasta in linea con quella dell’anno precedente, ma dai picchi di caldo. L’esposizione prolungata a temperature intorno ai 28 gradi e l’afa africana di fine agosto avrebbero favorito la fersa del castagno, bloccando lo sviluppo del frutto all’interno del riccio.

Sotto i 700 metri, spiegano i produttori, le conseguenze sono state castagne più piccole, ricci vuoti e cadute anticipate. Per il Podere Africo, che ha recuperato e riacceso un metato a Spignana, il calo raggiunge già il 25-30 per cento nel castagneto situato in Garfagnana. Anche Fabio Bizzarri, dell’azienda Sottobosco di Cireglio, segnala differenze legate all’altitudine e possibili effetti sulla farina. La minore presenza di castagne ha inciso inoltre sulla produzione di miele, in alcuni casi miscelato con quello di rovo.